Orsini Arte

FELICE GIANI

(San Sebastiano Curone, 1758 - Roma, 1823)

AUTORITRATTO AL CAVALLETTO, 1790 circa

Inchiostro bruno su carta, 235 x 183 mm

Esposizioni: L’officina neoclassica. Dall’Accademia de’ Pensieri all’Accademia d’Italia. Faenza, Palazzo Milzetti, 15 marzo – 21 giugno 2009.


Questo foglio, riemerso in tempi relativamente recenti, avrebbe certamente trovato degna collocazione nell’illuminante sezione dedicata all’immagine dell’artista contenuta nella monumentale e definitiva monografia gianesca firmata da Anna Ottani Cavina (1999).

Più precisamente, sarebbe andato ad arricchire la serie di opere in cui Giani si raffigura en artiste, che comprende, in particolare, un altro autoritratto (New York, Cooper-Hewitt Museum) dove il pittore si rappresenta chino sul cavalletto durante una sessione di lavoro “a lume di notte”, di cui il nostro può essere ad evidenza considerato l’omologo diurno: i raggi solari, provenienti da una piccola finestra, sono indirizzati da Giani con frenetici tratti di inchiostro verso il cavalletto davanti al quale il pittore siede in ciabatte e veste da camera mentre fa vibrare il pennello sulla tela all’interno di un ambiente spoglio che rispecchia il suo spirito votato allo stoicismo.  

Anche Francesco Leone (2009) mette in stretta relazione i due autoritratti, “per formato e ispirazione”, e avvicina il nostro, che reputa “bellissimo”, anche “a taluni fogli del Fondo Dubini del Museo Civico di Torino con figure singole rese in modo caricato, provenienti chiaramente da uno stesso taccuino e tra i quali spicca il ben noto Autoritratto con l’immagine della Diana Efesia datato 1789, e soprattutto le enigmatiche effigi dell’Incappucciato e del Macellaio”. Queste affinità stilistiche inducono Leone a datare il foglio qui descritto intorno al 1790, in corrispondenza dell’arrivo del pittore a Roma e delle conseguenti prime esperienze dell’Accademia de’ Pensieri, fondata dallo stesso Giani, dove erano soliti riunirsi artisti di diverse provenienze divenuti insofferenti agli insegnamenti tradizionali impartiti nelle accademie tradizionali. Nelle riunioni serali di Palazzo Corea in via Ripetta, “una spontanea assemblea di artisti già formati […] intendeva misurare le proprie doti, il bagaglio culturale accumulato, le proprie conoscenze della storia, del mito, delle lettere, non più sulla copia ma su un tema d’invenzione che necessitava dunque il ricorso a qualità creative e virtù impaginative” (Rudolph 1977). Avendo acquisito dagli artisti gravitanti attorno al cosiddetto Fuessli circle, che erano stazionati a Roma fino a pochi anni prima, l’uso della linea quale “congegno rappresentativo di essenzialità astrattiva a scopo conoscitivo” (Leone 2009), Giani e gli altri avevano eletto il disegno quale strumento ideale di espressione delle loro sperimentazioni anticlassiche. 

Proprio nei nordici come John Flaxman, James Barry e Jakob Carstens, “nell’autoanalisi e nella propensione al profondo” che contraddistingue i loro autoritratti, Ottani Cavina (1999) ritrova gli elementi caratterizzanti l’immagine che Giani volle perpetuare di sé. “Disegnare, a quel punto - scrive la studiosa - non era più un’operazione diretta (tanto meno innocente), anche se nell’autoritratto l’artista lavorava necessariamente sulla realtà. Disegnare era invece l’esplorazione più profonda che un soggetto potesse tentare di sé, un’operazione complessa che passava attraverso le fasi del diario, dell’autobiografia, della deformazione, della messa in scena, mai assolutamente certezza naturalistica”.

In base a queste considerazioni non può non lasciare inizialmente spiazzati la modalità con cui Giani sceglie di rappresentarsi in questo Autoritratto al cavalletto, ovvero con in mano la tavolozza. Potrebbe essere il suo spirito guascone e irriverente a suggerirci una chiave di lettura per questa apparente anomalia: Giani qui si mostra vestito in tono dimesso, con papalina e ciabatte, all’interno di una stanza spoglia, priva di qualsiasi attributo qualificante, in netta controtendenza con gli autoritratti ridondanti a cui gli accademici paludati affidavano l’affermazione del loro status sociale. A dare ulteriore brio allo sberleffo, la presenza degli strumenti da disegno, in posizione defilata ma ben visibili sopra la cassetta, riposti temporaneamente per essere ripresi al termine della messa in scena.


Riferimenti bibliografici: S. Rudolph, Felice Giani: da Accademico “de’ Pensieri” a Madonnero, in “Storia dell’arte”, 1977, nn. 30-31, pp. 175-186; A. Ottani Cavina, Felice Giani 1758-1823 e la cultura di fine secolo, Milano 1999, I, pp. 51-60; II, pp. 927-929; F. Leone, L’officina neoclassica: anelito alla sintesi, ricerca dell’archetipo, in “L’officina neoclassica. Dall’Accademia de’ Pensieri all’Accademia d’Italia”, catalogo della mostra, Cinisello Balsamo 2009, pp. 19-34, 78, 85 (fig.).

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