Orsini Arte

GIUSEPPE BEZZUOLI 

(Firenze, 1784-1855) 

AUTORITRATTO

Olio su tela, 52 x 38,5 cm

Provenienza: Firenze, Gallerie degli Uffizi; Famiglia Parri-Macciò-Bezzuoli



L’Autoritratto, qui esaminato, con cui il fiorentino Giuseppe Bezzuoli si autorappresentava negli anni della sua prima affermazione sulla scena artistica italiana riscuotendo consenso tra Firenze e Milano, è per immediatezza e potenza espressiva uno dei ritratti più originali i del nostro Ottocento. Altrettanto intenso, commovente e coinvolgente di un altro celebre Autoritratto, quello con cui a trentuno anni Francesco Hayez si fissava nell’incanto di una travolgente giovinezza, questo capolavoro sembra confermare il giudizio che di questo pittore, forse non ancora adeguatamente risarcito dagli studi, ha lasciato Giuseppe Mazzini. 

Siamo nel 1841 e Bezzuoli è ormai un artista assolutamente affermato e riconosciuto. Negli anni dell’ isolamento seguiti alle difficoltà della Giovane Italia e al fallimento dei tentativi insurrezionali, il grande esule aveva intensificato sia le sue frequentazioni letterarie e musicali, sia la riflessione sulle arti figurative affidata all’approfondimento teorico, come nell’ intervento Poésie et Art pubblicato sul “National” del 1837, e alla critica militante che avrà uno straordinario esito nelle pagine dei due lunghi saggi De l’ Art en Itale à propos de Marco Visconti roman de Thomas Grossi, uscito su la “Revue Républicaine” il 10 marzo 1835, e, in particolare, La Peinture Moderne en Italie, destinato al “London and Westminster Review”, prestigiosa rivista portavoce del liberalismo radicale inglese,  dove fece la sua comparsa nel gennaio-aprile 1841. Questi testi redatti in francese e contraddistinti da una prosa molto intensa, che, come spesso in lui, assume un’enfasi quasi profetica, si ritrovano, nella versione italiana che si deve allo stesso autore, nell’edizione nazionale dei suoi Scritti letterari editi ed inediti. Ma, dopo il loro giusto riconoscimento come una delle fonti più significative per lo studio e l’identificazione del Romanticismo italiano di cui costituiscono un’orgogliosa rivendicazione, sono stati spesso ripubblicati e citati.

Come è noto, Mazzini poneva al vertice del movimento romantico, che in Italia si identificava con l’idea del riscatto politico e della formazione di un’identità nazionale, Hayez. Gli assegnava un indiscusso primato consacrandolo come il “genio democratico”, “un grande pittore idealista italiano del XIX eccolo”, il “capo della scuola di Pittura Storica, che il pensiero Nazionale reclamava in Italia”, l’“artista più inoltrato che noi conosciamo nel sentimento dell’ Ideale che è chiamato a governare tutti i lavori dell’ epoca”. 

 Ma subito dopo di lui, con un riconoscimento che sembra decisivo e può costituire un’ancora attualissima chiave di lettura per questo pittore prima riduttivamente  identificato come il “maestro dei Macchiaioli” che avevano seguito i suoi corsi all’ Accademia di Belle Arti di Firenze, Mazzini collocava proprio Bezzuoli. Gli dedica poco più di una pagina, in cui è riuscito a tracciarne un profilo esemplare. Conviene dunque riportarla per intero.

“Attorno ad Hayez – scrive Mazzini – un po’ più in basso, vengono naturalmente a collocarsi i nomi di alcuni pittori di vaglia, dei quali diremmo pochissimo, precisamente perché quanto abbiamo detto di lui si può applicare a tutti: Bezzuoli, Arienti, Diotti, Podesti. Appartengono alla stessa tendenza, seguono, rendendosene conto o no, la stessa idea. 

Giuseppe Bezzuoli, professore dell’Accademia di Firenze, è figlio di un coltivatore. Lento a concepire ed a eseguire, il suo ingegno si sviluppò tardissimo: e fu il buon vecchio Sabatelli che lo divinò, e lo incoraggio con tutte le sue forze. Il Benvenuti, il quale, interamente estraneo all’ispirazione della scuola moderna, non poteva comprenderlo, lo spronò «a lavorare la terra come suo padre». Oggi il Bezzuoli vien primo, dopo l’Hayez: sarebbe suo eguale, se invece di studiare a Firenze, avesse potuto, come lui, formarsi a Venezia e a Milano, e allargare assai per tempo, viaggiando, la sua sfera di osservazioni. La tradizione della scuola fiorentina, un po’ troppo esclusivamente seguita, l’ha ravvicinato alquanto per l’adorazione del disegno, al realismo: è in pittura ciò che il suo compatriota Bartolini è presso a poco in scultura. Più minuziosamente corretto dell’Hayez nello studio anatomico delle sue figure, più scrupolosamente imitatore del reale nella sua rappresentazione dell’uomo esteriore, non sappiamo se egli individualizzi più, ma certamente idealizza meno. È un grado di elevazione quello che gli manca. Le sue tele eccitano meno l’anima nostra; le comunicano minore facoltà artistica; ci trovano meno atti a risalire dal particolare al generale, dalla forma all’idea, dal fatto al principio che lo governa – meno disposti a cogliere il legame tra la realtà e la verità, la quale, come l’abbiamo detto, è per noi il vero campione della Pittura e dell’ Arte.

A parte questa sfumatura, il Bezzuoli ci sembra altrettanto potente che l’Hayez. Disgraziatamente, egli è meno fecondo di lui: il ritratto, nel quale eccelle, e che gli dà ben maggior lucro che ogni altro genere,  assorbe troppo il suo tempo. Ma il suo Carlo VIII che entra  in Firenze, specie di prologo al quadro che abbiamo citato del Sabatelli su Pier Capponi, il suo Battesimo di Clodoveo, il suo Dante e frate Ilario, il suo Cadavere di Manfredi ritrovato dopo la battaglia di Benevento, quadro composto per A. Demidoff, bastano a provare ciò che abbiamo affermato”.

Quello qui esaminato è certamente il più bello degli autoritratti che ci ha tramandato. A questo e a quello ufficiale, conservato alla Galleria degli Uffizi, bisogna aggiungere infatti i due, non ben documentati, conservati alla Galleria d’ Arte Moderna di Palazzo Pitti. 

Sembra che sia stato inizialmente questo l’Autoritratto inviato da Bezzuoli alla celebre raccolta degli Uffizi, poi ritirato e sostituito, nel 1830, da un altro, quello che vi è ancora conservato, di maggiori dimensioni. Rimane quindi il dubbio se abbia voluto cambiarlo con un’ immagine più aggiornata, dopo il trionfo con quella che rimane la sua opera più celebre L’entrata di Carlo VIII a Firenze (Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti), il monumentale dipinto eseguito tra il 1827 e il 1829 su commissione del Granduca. O se,  invece, abbia preferito recuperare e tenere con sé un quadro così ben riuscito.

Tornando infatti  al nostro Autoritratto sembra essere stato eseguito in uno stato di grazia, magari a ridosso del grande successo ottenuto prima a Firenze e poi addirittura a Milano, nella grande ribalta di Brera dove venne esposto, dal dipinto, ancora non rintracciato, realizzato nel 1816 per il conte milanese Saulo Alari su un soggetto dantesco ormai venuto di moda come quello di Paolo e Francesca. Quindi affrontando a questa data il mondo di Dante, che appartiene a pieno titolo al Romanticismo, sembra che Bezzuoli abbia addirittura preceduto Hayez e il celebre manifesto romantico rappresentato dal Pietro Rossi (Milano, Pinacoteca di Brera) che sarà consacrato come tale a Brera nel 1820. In realtà egli deve, mi sembra, questa scelta all’influenza  di Sabatelli, grande interprete figurativo dell’Alighieri, e quindi il Paolo e Francesca, che conosciamo attraverso un’incisione, rimane nell’ambito di un neoclassicismo estremo, diremmo preromantico.

Un deciso piglio ormai romantico lo si ritrova invece nell’Autoritratto che, nell’iconografia, sembra anticipare, come osservavo all’inizio, quello in cui Hayez, qualche anno dopo,  si presenta spavaldo, anche lui con un berretto calato sulla fronte che proietta l’ombra sulla parte superiore del volto. Entrambi mostrano un compiacimento e una sicurezza di sé, presentandosi come i giovani che vogliono cambiare il mondo, almeno quello dell’arte.

In quello di Bezzuoli la trovata del berretto che vela di un’ombra misteriosa la fronte e gli occhi, quasi con l’effetto di una maschera, è accentuata raggiungendo un bell’ effetto tenebroso, che ha fatto giustamente pensare come un possibile punto di riferimento gli autoritratti di Rembrandt. Del resto una calda luce dorata rembrandtiana esalta la parte inferiore del viso dai bei tratti forti e decisi. 

Mentre in quello di Hayez tutta l’attenzione è concentrata sul volto, qui assumono un grande rilievo anche l’abito e il dettaglio della mano. Il folto collo di pelliccia, indice di una compiaciuta eleganza nel vestire, è uno straordinario brano di pittura che fa da contrappeso, avanzando in primo piano, all’altro volume plastico emergente formato dal copricapo e dalla arruffata massa di capelli ricciuti che spuntano al di sotto. Oltre al volto e al bavero bianco che corre lungo il mento, la luce investe, con un effetto davvero straordinario, la mano. Come sorta dal nulla, spunta a destra a simboleggiare la consapevolezza dell’artista. Regge infatti, con fierezza, come se fosse un’arma, non il pennello, ma il matitatoio, a confermare, da buon fiorentino, che la base della pittura resta pur sempre il disegno, in cui del resto Bezzuoli ha sempre saputo dar prova di un estro e di un’ abilità straordinari. 

Il fascino dell’ immagine di questo uomo elegante e pensoso, immerso nei suoi sogni d’artista, è sottolineato anche da certi particolari, come quello dell’anello, una fascia d’oro cesellata, che risalta non sull’anulare, ma, con un vezzo molto attuale, sull’indice. 

Rispetto a quest’immagine riflessiva, immersa in una romantica oscurità, ha un piglio diverso l’Autoritratto che andò a sostituire il nostro nella collezione degli Uffizi. Con un piglio più eroico, dalla foga quasi michelangiolesca, che ricorda i pittori del Rinascimento fiorentino di cui si sentiva l’erede, si è rappresentato in piedi a mezza figura, con lo stesso berretto, da cui spunta una zazzera ancora più scarmigliata, e in veste da lavoro. Non più il mantello elegante bordato di pelliccia, ma un comodo camice dal grande bavero e dalle maniche larghe e arricciate. Al centro di questo volume, accentuato dalla posa delle braccia conserte, emergono ancora, anche se in parte nascoste, le mani. 

Anche qui il volto, ormai un po’ appesantito dagli anni,  rimane nella porzione  superiore in ombra. Gli occhi puntati sullo spettatore, hanno uno sguardo fiero e quasi arrogante. Quello dell’artista che con i suoi dipinti storici aveva saputo raggiungere, come confermerà Mazzini, una potenza che lo faceva secondo solo all’irraggiungibile  Hayez. 

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