Il dipinto da cui è tratta la nostra incisione risulta ad oggi disperso. E’ il famoso Venere e Cupido dipinto nel 1805 per il conte G.B. Sommariva e presentato al Salon di Parigi nel 1808. Secondo il Beretta, Appiani trasse il soggetto da una lucerna antica. L’incisione, dedicata al principe Eugenio, Duca di Leuchtemberg, realizzata nel 1822, ottenne in quell’anno il primo premio al grande concorso dell’Accademia di Brera. Fu poi pubblicata nel 1823.
Proprio la perdita del dipinto conferisce a questa incisione un valore che va oltre la funzione di stampa di traduzione, rendendola una testimonianza fondamentale per la conoscenza dell’invenzione appianesca e per la ricostruzione della sua fortuna.
L’intervento di Bisi si distingue per la capacità di tradurre il linguaggio pittorico di Appiani in un sistema lineare di grande finezza, in cui la morbidezza tonale dell’originale viene resa attraverso un calibrato uso del tratteggio e una definizione estremamente controllata del contorno.
In questo senso, l’incisione non si limita a conservare l’immagine, ma ne offre una lettura più analitica e strutturata, coerente con il gusto neoclassico per la chiarezza e la misura. Il risultato è un equilibrio particolarmente felice tra eleganza formale e precisione tecnica, che giustifica pienamente il riconoscimento ottenuto ai concorsi di Brera.
L’opera si inserisce inoltre in un più ampio progetto di diffusione dell’opera di Appiani, di cui Bisi fu uno dei principali interpreti incisori. Egli, tra il 1820 e il 1823, incise ben dodici incisioni da opere di Appiani e diverse tavole delle 32 riproducenti i Fasti di Palazzo Reale, contribuendo in modo determinante alla trasmissione e alla fortuna visiva delle sue composizioni nel corso dell’Ottocento.

