La pittura di Natale Morzenti sfugge a ogni tipo di classificazione e si mantiene distante dai movimenti artistici che hanno caratterizzato l’arte italiana nei primi decenni del Novecento. I suoi lavori esprimono una poetica “disperata e dolentissima”, frutto della sua sfortunata vicenda umana e artistica.
Allievo di Ponziano Loverini all’Accademia Carrara, nonostante la partecipazione ad alcune rassegne nazionali, come l’Esposizione Nazionale di Brera (1912), la Permanente di Milano (1916), due importanti mostre a Roma, con una entusiastica recensione di Carlo Carrà nel 1925, e la Biennale di Venezia nel 1928, la vita artistica di Morzenti rimane ancorata alla provincia bergamasca e il suo sguardo costantemente rivolto a un’umanità silenziosa, alla fatica di vivere, alle piccole cose, alla solitudine. Su tutto, Morzenti stende il suo velo di struggente malinconia, intriso di una tavolozza quasi monocroma fatta di ocra e terre, come in questo intenso autoritratto caratterizzato da una potente espressività e da un’intensità rara, dove l’espressione beffarda in un impeto di amor proprio sembra prendersi gioco di quegli ambienti artistici dai quali, nonostante l’impegno della sua mecenate Costanza Bonduri, rimase sempre escluso.

