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Ubaldo Gandolfi

(San Matteo della Decima - Bologna 1728 - Ravenna 1781)

Ritratto del pittore Antonio Bonetti

olio su carta incollata su tela
38 x 30 cm

Il nome del personaggio ritratto in questo dipinto è scritto sul verso del telaio su cui l’opera, realizzata su carta, è stata incollata verosimilmente tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. Si tratta di Antonio Bonetti (1710–1787), pittore quadraturista bolognese attivo come frescante in chiese e palazzi cittadini, membro di quell’Accademia Clementina di pittura, scultura e architettura rifondata dal cardinale Prospero Lambertini – futuro Papa Benedetto XIV – promotore a Bologna di un rinnovamento nelle arti come nelle scienze, cui la città deve alla metà del Settecento la sua vivacità culturale, in grado di confrontarsi con i centri culturali d’avanguardia in Europa.
Autore di questo ritratto di grande freschezza espressiva è senza ombra di dubbio un altro pittore della medesima Accademia, seppure di ben diversa levatura: Ubaldo Gandolfi, allievo della Clementina già nel 1746, quando ottiene per la prima volta l’ambito riconoscimento del Premio Fiori, assegnato a quegli studenti che si fossero distinti per merito e assiduità. Premi che, nell’arco di quattordici anni successivi, il Gandolfi meriterà undici volte: indice, questo, del forte e duraturo legame del giovane artista con il mondo accademico e i suoi esponenti.
Quando, nel 1760, viene proposta la sua aggregazione all’Accademia, se ne sottolinea, tra le motivazioni, la qualità di ritrattista di figure eminenti in ambito clementino. Uno di questi ritratti doveva essere proprio questo delizioso dipinto di mano veloce e di stesura rapida, realizzato con ogni probabilità nel quinto decennio del secolo, quando Bonetti è nel pieno della maturità e Ubaldo si cimenta con un genere pittorico che lo vedrà negli anni successivi all’opera in risposta alle pressanti richieste di colleghi e amici, nobili e concittadini. Le sue “sincere, affascinanti teste” al naturale sono tra le più autentiche e vitali prove del Settecento, non solo bolognese.
Sarà Roberto Longhi, nell’occasione risolutiva della Mostra bolognese del Settecento emiliano del 1935, a rivalutare Ubaldo proprio e anzitutto per la “scioltezza d’intuizione pittorica” delle sue “arie di testa”, dopo lo scarto a favore del fratello Gaetano che lo aveva penalizzato in sede critica per tutto l’Ottocento.

Tuttavia Jacopo Alessandro Calvi già nel 1802 gli riconosceva quel “gusto di macchia” che richiama all’ambito veneto, e segnatamente agli esempi del Piazzetta. Aria veneta si respira anche in questo ritratto, che il pittore illumina mostrando di conoscere le novità del colorismo e della fluidità della pittura lagunare, sebbene non vi sia certezza documentaria di un suo soggiorno a Venezia, come invece accade per il fratello Gaetano nel 1760.
Questo venetismo, conosciuto forse per il tramite di schizzi, modelli, dipinti visti a Bologna, si innesta in Ubaldo nella matrice naturalistica che gli viene dalla grande pittura bolognese dei secoli precedenti, e segnatamente dai Carracci e da Guercino, che sono per lui la prima fonte di ispirazione e di studio. Ne deriva l’attenzione, affettuosa e partecipe, all’individuazione psicologica, in cui si esprime liberamente una vena di immediatezza narrativa rivolta alla poetica degli affetti. A proposito di dipinti come questo, il Landi (1781) osservava che vi si scorge “dentro una verità” ed una “facilità maravigliosa cavata dalla sola natura”.
Gli studi critici su Ubaldo convergono sull’impossibilità di determinare una scansione cronologica di quelle che vengono definite le sue “teste di carattere”, anche se appare lecito credere che Ubaldo andasse dipingendole già nel sesto decennio del secolo.
L’inedito Ritratto di Antonio Bonetti che qui si presenta documenta quindi l’inizio di questa produzione, che porterà negli anni successivi all’evoluzione stilistica rappresentata dai molti esempi già noti e riferibili ad una datazione comunque non anteriore al 1776, che costituiscono un gruppo omogeneo per risultati ed ispirazione, anche in virtù della comune committenza, quella del marchese Casali, amico e collega accademico.
In questo Ritratto, eseguito su uno sfondo indeterminato, l’attenzione si concentra intatta sulla fisionomia del personaggio. La luce conferisce mobilità e nobiltà al volto. La pennellata è morbida; la materia densa, concreta, umile. Un tenue rosato accende l’incarnato sulle guance e ci restituisce, con poche pennellate, un ritratto vivo e reale, di particolare spessore.
Nel decennio successivo Ubaldo avrà occasione di lavorare al fianco di Bonetti. Si datano al 1769 gli affreschi per il conte Bentivoglio, che, divenuto gonfaloniere, volle decorare le sale al pianterreno del suo palazzo: “la bella Galleria dipinta a chiaroscuro da Antonio Bonetti, le figure di Ubaldo Gandolfi”. La decorazione della galleria, nella quale il pittore dipinge storie della mitologia, evidenzia il modestissimo talento del quadraturista. Il vero talento è quello di Ubaldo, che qui rende omaggio con questo ritratto di stupefacente aderenza al vero, tassello importante per il catalogo del pittore, che ancora oggi appare non esaltante agli esordi e alquanto scarso proprio all’altezza del quinto decennio del secolo, in cui si colloca verosimilmente questo dipinto.

L’opera, proveniente da una collezione privata bolognese, si presenta in buono stato di conservazione, grazie anche alla recente pulitura. Un precedente restauro aveva riaperto spazi, in particolare sullo sfondo, che il pittore aveva deliberatamente lasciato vuoti o leggermente dipinti, per dare freschezza, rilievo e immediatezza al ritratto, peraltro utilizzando la carta come supporto più adatto ad una veloce esecuzione.
Sul verso del telaio si leggono con chiarezza i nomi di “Antonio Bonetti” e “Gandolfi”. Il cognome dell’artista è preceduto da una parola poco leggibile a occhio nudo; la visione al computer consente di leggervi “Ubaldo”.
Bologna, 15/01/2016
Andrea Emiliani

ritratto gandolfi

Ubaldo Gandolfi

Ritratto del pittore Antonio Bonetti

ritratto gandolfi
olio su carta incollata su tela
38 x 30 cm

Il nome del personaggio ritratto in questo dipinto è scritto sul verso del telaio su cui l’opera, realizzata su carta, è stata incollata verosimilmente tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. Si tratta di Antonio Bonetti (1710–1787), pittore quadraturista bolognese attivo come frescante in chiese e palazzi cittadini, membro di quell’Accademia Clementina di pittura, scultura e architettura rifondata dal cardinale Prospero Lambertini – futuro Papa Benedetto XIV – promotore a Bologna di un rinnovamento nelle arti come nelle scienze, cui la città deve alla metà del Settecento la sua vivacità culturale, in grado di confrontarsi con i centri culturali d’avanguardia in Europa.
Autore di questo ritratto di grande freschezza espressiva è senza ombra di dubbio un altro pittore della medesima Accademia, seppure di ben diversa levatura: Ubaldo Gandolfi, allievo della Clementina già nel 1746, quando ottiene per la prima volta l’ambito riconoscimento del Premio Fiori, assegnato a quegli studenti che si fossero distinti per merito e assiduità. Premi che, nell’arco di quattordici anni successivi, il Gandolfi meriterà undici volte: indice, questo, del forte e duraturo legame del giovane artista con il mondo accademico e i suoi esponenti.
Quando, nel 1760, viene proposta la sua aggregazione all’Accademia, se ne sottolinea, tra le motivazioni, la qualità di ritrattista di figure eminenti in ambito clementino. Uno di questi ritratti doveva essere proprio questo delizioso dipinto di mano veloce e di stesura rapida, realizzato con ogni probabilità nel quinto decennio del secolo, quando Bonetti è nel pieno della maturità e Ubaldo si cimenta con un genere pittorico che lo vedrà negli anni successivi all’opera in risposta alle pressanti richieste di colleghi e amici, nobili e concittadini. Le sue “sincere, affascinanti teste” al naturale sono tra le più autentiche e vitali prove del Settecento, non solo bolognese.
Sarà Roberto Longhi, nell’occasione risolutiva della Mostra bolognese del Settecento emiliano del 1935, a rivalutare Ubaldo proprio e anzitutto per la “scioltezza d’intuizione pittorica” delle sue “arie di testa”, dopo lo scarto a favore del fratello Gaetano che lo aveva penalizzato in sede critica per tutto l’Ottocento.

Tuttavia Jacopo Alessandro Calvi già nel 1802 gli riconosceva quel “gusto di macchia” che richiama all’ambito veneto, e segnatamente agli esempi del Piazzetta. Aria veneta si respira anche in questo ritratto, che il pittore illumina mostrando di conoscere le novità del colorismo e della fluidità della pittura lagunare, sebbene non vi sia certezza documentaria di un suo soggiorno a Venezia, come invece accade per il fratello Gaetano nel 1760.
Questo venetismo, conosciuto forse per il tramite di schizzi, modelli, dipinti visti a Bologna, si innesta in Ubaldo nella matrice naturalistica che gli viene dalla grande pittura bolognese dei secoli precedenti, e segnatamente dai Carracci e da Guercino, che sono per lui la prima fonte di ispirazione e di studio. Ne deriva l’attenzione, affettuosa e partecipe, all’individuazione psicologica, in cui si esprime liberamente una vena di immediatezza narrativa rivolta alla poetica degli affetti. A proposito di dipinti come questo, il Landi (1781) osservava che vi si scorge “dentro una verità” ed una “facilità maravigliosa cavata dalla sola natura”.
Gli studi critici su Ubaldo convergono sull’impossibilità di determinare una scansione cronologica di quelle che vengono definite le sue “teste di carattere”, anche se appare lecito credere che Ubaldo andasse dipingendole già nel sesto decennio del secolo.
L’inedito Ritratto di Antonio Bonetti che qui si presenta documenta quindi l’inizio di questa produzione, che porterà negli anni successivi all’evoluzione stilistica rappresentata dai molti esempi già noti e riferibili ad una datazione comunque non anteriore al 1776, che costituiscono un gruppo omogeneo per risultati ed ispirazione, anche in virtù della comune committenza, quella del marchese Casali, amico e collega accademico.
In questo Ritratto, eseguito su uno sfondo indeterminato, l’attenzione si concentra intatta sulla fisionomia del personaggio. La luce conferisce mobilità e nobiltà al volto. La pennellata è morbida; la materia densa, concreta, umile. Un tenue rosato accende l’incarnato sulle guance e ci restituisce, con poche pennellate, un ritratto vivo e reale, di particolare spessore.
Nel decennio successivo Ubaldo avrà occasione di lavorare al fianco di Bonetti. Si datano al 1769 gli affreschi per il conte Bentivoglio, che, divenuto gonfaloniere, volle decorare le sale al pianterreno del suo palazzo: “la bella Galleria dipinta a chiaroscuro da Antonio Bonetti, le figure di Ubaldo Gandolfi”. La decorazione della galleria, nella quale il pittore dipinge storie della mitologia, evidenzia il modestissimo talento del quadraturista. Il vero talento è quello di Ubaldo, che qui rende omaggio con questo ritratto di stupefacente aderenza al vero, tassello importante per il catalogo del pittore, che ancora oggi appare non esaltante agli esordi e alquanto scarso proprio all’altezza del quinto decennio del secolo, in cui si colloca verosimilmente questo dipinto.

L’opera, proveniente da una collezione privata bolognese, si presenta in buono stato di conservazione, grazie anche alla recente pulitura. Un precedente restauro aveva riaperto spazi, in particolare sullo sfondo, che il pittore aveva deliberatamente lasciato vuoti o leggermente dipinti, per dare freschezza, rilievo e immediatezza al ritratto, peraltro utilizzando la carta come supporto più adatto ad una veloce esecuzione.
Sul verso del telaio si leggono con chiarezza i nomi di “Antonio Bonetti” e “Gandolfi”. Il cognome dell’artista è preceduto da una parola poco leggibile a occhio nudo; la visione al computer consente di leggervi “Ubaldo”.
Bologna, 15/01/2016
Andrea Emiliani